Una festa si fa per illuminare e celebrare la virtù.
Se non è così meglio non farla.
Fare una festa significa fare più del necessario.
Unpuntoinmovimento
Una festa si fa per illuminare e celebrare la virtù.
Se non è così meglio non farla.
Fare una festa significa fare più del necessario.
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Il 28 maggio 1974, durante una manifestazione antifascista a Brescia, scoppiò una bomba che provocò 8 morti e più di cento feriti. Dal 17 Maggio l’autrice dell’interessante blog “Scritture” ha postato fino alla data di oggi, giorno della ricorrenza, una interessante serie di monologhi teatrali scritti in occasione dei trent’anni dalla strage. QUI, puoi leggere il primo post della serie dal titolo La Professoressa. In quella strage morirono cinque insegnanti, tre delle quali donne.
Gli altri monologhi:
Nel ringraziare Lucia Marchitto autrice del blog Scritture, si coglie l’occasione di invitare tutti gli allievi del laboratorio teatrale e creativo “Tessuto inclusivo” a utilizzare questi monologhi come testi di esercitazione.
altre informazioni sul laboratorio qui


Il Festival prevede una rassegna teatrale, momenti musicali, incontri letterari, il tutto improntato al tema dell’ebraismo nella cultura contemporanea; esso interesserà diversi luoghi suggestivi all’interno del Ghetto, dal Museo Ebraico alla Sala Montefiore, prevedendo anche il coinvolgimento di tutte quelle attività artigianali tradizionali esistenti nello stesso e delle persone che ad esse danno vita. Infatti l’intero Ghetto rappresenta, per sua storia e natura dei luoghi, una sorta di museo a cielo aperto, un complesso urbanistico, architettonico e museale unico nel suo genere per la propria specificità. Cuore del Festival è la rassegna teatrale, che si terrà all’interno di un’arca di legno appositamente costruita nel Campo del Ghetto Nuovo, la quale prenderà il nome di Teatro Arca;
L’ APERTURA, con una conversazione fra Massimo Cacciari, sindaco di Venezia e filosofo, e Haim Baharier, Maestro di ermeneutica biblica
La CHIUSURA, con KAVANAH spettacolo di Moni Ovadia di storie e canti di spiritualità ebraica
* In memoria di Falcone, Borsellino e del commissario Beppe Montana. Tris teatrale antimafia del Bellini di Catania
Caro Signor Howe,
la sua lettera è un fulmine a ciel sereno e mi mette in difficoltà.
Ella mi domanda come diventare regista. In teatro i registi si autonominano. Un regista disoccupato è una contraddizione in termini, come lo è un pittore disoccupato; a differenza di un attore disoccupato che è una vittima delle circostanze. Si diventa registi autodefinendosi tali, poi persuadendo gli altri che questo è vero. Così, in un certo senso, trovare lavoro è un problema che deve essere risolto con la stessa abilità e con le stesse risorse che servirebbero durante le prove. Non conosco altro sistema che quello di convincere altre persone a lavorare con te, di iniziare qualsiasi lavoro – anche non pagato – e di presentarlo al pubblico in una cantina, nel retro di un pub, in una corsia d’ospedale, in una prigione. L’energia che si produce lavorando è più importante di qualsiasi altra cosa. Faccia quindi in modo che niente le impedisca di essere attivo, anche nelle condizioni più precarie, piuttosto che perdere tempo nel cercare condizioni più favorevoli che potrebbero anche non presentarsi. In fin dei conti, lavoro chiama lavoro.
Con cordialità
Peter Brook, Un punto in movimento, Ubulibri