Io vado ora, come tutte le mattine, a fare la mia preghiera, con la matita in mano, davanti a un melograno coperto di fiori nei diversi gradi della loro fioritura e spio la loro trasformazione, facendo questo non con spirito scientifico, ma compenetrato di ammirazione per l’0pera divina. Non è questo un modo di pregare? In quel momento è Dio a condurre la mia mano nel disegno.
HENRI MATISSE
….Dobbiamo ritrovare anche noi la capacità di sostare davanti ai segni naturali; è necessario, infatti, riscoprire il gusto della contemplazione silenziosa, staccando dalla frenesia, dalle cose, dagli impegni, dall’esteriorità superficiale. Scriveva un autore fiorentino del Trecento, Paolo da Certaldo, nel Libro di buoni costumi: “Tieni la bocca chiusa e gli occhi aperti!”.
Gianfranco Ravasi
da “Le parole e i giorni- Nuovo breviario laico, Mondadori,2008
L’AUTORE, PER RALLEGRARSI LA MENTE,
RIPENSA ANTICHE LETIZIE
E PENE D’AMOR PERDUTE
IN UN PAESE CHE NON C’è PIù
Fui giovane e felice un’estate, nel cinquantuno. Nè prima né dopo: quell’estate. E forse fu la grazia del luogo dove abitavo, un paese di figura di melagrana spaccata; vicino al mare ma campagnolo; metà ristretto su uno sprone di roccia, metà sparpagliato ai suoi piedi; con tante scale fra le due metà, a far da pacieri, e nuvole in cielo da un campanile all’altro, trafelate come staffette dei Cavalleggeri del Re…Che sventolare, a quel tempo di percalli da corredo e lenzuola di tela di lino per tutti i vicoli delle due Modiche, la Bassa e la Alta; e che angele ragazze si spenzolavano dai davanzali, tutte brune. Quella che amavo io ero la più bruna.
Ci sono molti modi per descrivere la nostra fragile esistenza e molti modi per darle un significato. Ma è la nostra esperienza a darle uno scopo e a dare a questo scopo un contesto. Un tessuto personale fatto di immagini, paure, amori, rimpianti. Per una sottile ironia della vita siamo destinati a vedere anche il buio oltre alla luce, a convivere con il bene e con il male, con il successo e con la sconfitta. E’ questo che ci rende unici, e che in fin dei conti ci dà la forza di lottare per sopravvivere.
Vi è una relazione molto particolare tra ciò che è nelle parole e ciò che è tra le parole di un testo. Qualsiasi idiota può declamare parole scritte; rivelare, tuttavia, che cosa accade tra una parola e l’altra è così sottile che, nella maggior parte dei casi, è difficile distinguere con certeza cosa sia dell’attore e cosa dell’autore.
E’ la memoria che rende l’uomo diverso da tutti gli altri animali. Noi siamo l’unica specie legata al proprio passato. I nostri ricordi ci danno voce, sono testimonianze storiche da cui altri possono imparare; possono servire a celebrare la nostra gloria o metterci in guardia dai nostri errori.
Il 28 maggio 1974, durante una manifestazione antifascista a Brescia, scoppiò una bomba che provocò 8 morti e più di cento feriti. Dal 17 Maggio l’autrice dell’interessante blog “Scritture” ha postato fino alla data di oggi, giorno della ricorrenza, una interessante serie di monologhi teatrali scritti in occasione dei trent’anni dalla strage. QUI, puoi leggere il primo post della serie dal titolo La Professoressa. In quella strage morirono cinque insegnanti, tre delle quali donne. Gli altri monologhi:
Nel ringraziare Lucia Marchitto autrice del blog Scritture, si coglie l’occasione di invitare tutti gli allievi del laboratorio teatrale e creativo “Tessuto inclusivo” a utilizzare questi monologhi come testi di esercitazione.