Il coordinamento Artistico è di Simonetta Cartia, che in questo spettacolo alla Pirrera valorizza e rielabora l’esperienza maturata attraverso i viaggi sentimentali nei quartieri di Modica realizzati con la Cooperativa Cartellone. Le musiche dal vivo sono eseguite dal Palermo Artensemble Sestetto.
Simonetta Cartia in “Canto della terra che gira” , prod. Cooperativa Cartellone – Modica, regia Giovanni Spadola, coreografie Serena Cartia, coordinamento Lillo Contino
Simonetta Cartia – Ilse, nei I Giganti della Montagna di Luigi Pirandello, prod. Cooperativa Cartellone, regia Giovanni Spadola, Coreografie Serena Cartia, Scene, Giusi Digrandi, Video Lillo Contino, Musiche Giovanni Fiderio
I Giganti della montagna a Cava D’Ispica, foto di Enrico Contino
Il 28 maggio 1974, durante una manifestazione antifascista a Brescia, scoppiò una bomba che provocò 8 morti e più di cento feriti. Dal 17 Maggio l’autrice dell’interessante blog “Scritture” ha postato fino alla data di oggi, giorno della ricorrenza, una interessante serie di monologhi teatrali scritti in occasione dei trent’anni dalla strage. QUI, puoi leggere il primo post della serie dal titolo La Professoressa. In quella strage morirono cinque insegnanti, tre delle quali donne. Gli altri monologhi:
Nel ringraziare Lucia Marchitto autrice del blog Scritture, si coglie l’occasione di invitare tutti gli allievi del laboratorio teatrale e creativo “Tessuto inclusivo” a utilizzare questi monologhi come testi di esercitazione.
Dal 25 maggio al 1 giugno il Festival dell’Arca 2008 a Venezia tra i luoghi più suggestivi del ghetto ebraico. Teatro, musica, letteratura e incontri. Gli spettacoli teatrali verranno ospitati in un’arca, simbolo di conservazione e di salvezza.
Il Festival prevede una rassegna teatrale, momenti musicali, incontri letterari, il tutto improntato al tema dell’ebraismo nella cultura contemporanea; esso interesserà diversi luoghi suggestivi all’interno del Ghetto, dal Museo Ebraico alla Sala Montefiore, prevedendo anche il coinvolgimento di tutte quelle attività artigianali tradizionali esistenti nello stesso e delle persone che ad esse danno vita. Infatti l’intero Ghetto rappresenta, per sua storia e natura dei luoghi, una sorta di museo a cielo aperto, un complesso urbanistico, architettonico e museale unico nel suo genere per la propria specificità. Cuore del Festival è la rassegna teatrale, che si terrà all’interno di un’arca di legno appositamente costruita nel Campo del Ghetto Nuovo, la quale prenderà il nome di Teatro Arca;
“ Il desiderio di esprimere il nostro pensiero e di capire il pensiero altrui è l’amore. Per cui essere maestro, esser sacerdote, essere cristiano, essere artista e essere amante e essere amato sono in pratica la stessa cosa.”
Oggi 18 maggio, si svolge, come è ormai tradizione, l’annuale marcia di Barbiana. L’evento vuole ricordare don Lorenzo Milani, che visse ed operò proprio in questa sperduta frazione del Comune di Vicchio, in provincia di Firenze. Lì il Priore aveva dato vita, negli anni sessanta, ad una scuola per i figli dei contadini che, malgrado la scarsità dei mezzi di cui disponeva, seppe essere un faro nel panorama pedagogico mondiale.
La marcia di Barbiana ogni anno si arricchisce di nuovi contributi e di nuove persone: evidentemente don Milani ha lanciato un messaggio universale, capace ancora oggi di far riflettere e di scuotere le coscienze.
La scuola di Barbiana è un’esperienza educativa avviata da Don Lorenzo Milani negli anni ’50. La scuola sconcertò e stimolò il dibattito pedagogico degli anni ‘60.
del Centro di Formazione e Ricerca Don Lorenzo Milani e Scuola di Barbiana
La Fondazione Don Milani è stata costituita da un gruppo di allievi del Priore – provenienti sia dalla scuola popolare di Calenzano che da Barbiana -, da un gruppo di amici e sacerdoti vicini a don Lorenzo e dall’Università degli studi di Firenze.
La Fondazione Don Lorenzo Milani ha un duplice intento: da un lato custodire i luoghi di Barbiana (Scuola, Chiesa, Piscina e Cimitero) dall’altro diffondere il pensiero di don Milani.
Un triangolo rettangolo, guarnito da quattro piani di finestroni che degradano ad arco simili a quelli d’un Colosseo piatto, ha il cateto alto 15 metri lambito da un enorme disco dorato, la base misura una quarantina di metri e l’ipotenusa seghettata da almeno settanta scalini va a scemare lì accanto ad un’alta cilindrica torre biancastra, come le pietre della cavea del teatro, accessibile attraverso una scala a chiocciola che giunge sino in cima come una spirale del DNA. La scena in perfetto bilanciamento prospettico si completa con un’ampia e bianca agorà che si dispiega all’inizio con varie file di scaloni, per chiudere infine la skené dalle fogge rotondeggianti accanto ad una fossa di sabbia raffigurante la tomba di Agamennone. E’ la scena architettata da Pietro Carriglio che firma pure i costumi orientali e un’appassionata messinscena di questo kolossal di 25 secoli fa che è l’Orestiade di Eschilo e che utilizza la versione tradotta quarantotto anni fa da Pier Paolo Pasolini per Vittorio Gassman che curò pure la regia assieme a Luciano Lucignani e che vede sulla scena in tre ore e quaranta minuti di spettacolo (come è avvenuto all’anteprima, mentre le repliche saranno scandite in due serate) un centinaio di personaggi, tra cori di vecchi e giovani, soldati, figuranti e attori comprimari.
Torna dopo quasi mezzo secolo al Teatro Greco di Siracusa l’Orestiade di Eschilo: la traduzione è di Pasolini, la regia, la scena e i costumi sono di Pietro Carriglio, con Giulio Brogi, Galatea Ranzi ed Elisabetta Pozzi fra i protagonisti. La trilogia sarà presentata da giovedì 8 in due serate (Agamennone e Coefore-Eumenidi), dopo l’anteprima del 7 che la propone tutta insieme. Essendo gli spettacoli di quest’anno dedicati al tema della legalità, eminenti personalità giuridiche interverranno dopo ogni replica di Eumenidi a commentare il fatto che nel testo appare il primo tribunale della storia occidentale.
Ricordo che più o meno in quel periodo feci un viaggio a Dublino dove sentii parlare di un filosofo irlandese che era molto di moda negli ambienti universitari. Non avevo letto il suo libro né lo avevo mai incontrato, ma ricordo una sua frase, citata da qualcuno in un bar, che mi aveva subito colpito: era la teoria del “punto di vista in movimento”. Non voleva dire un punto di vista mutevole, ma quell’esplorazione che si fa con un certo tipo di raggi X, in cui il continuo cambiamento di prospettiva dà l’effetto della densità. Ancora oggi ricordo l’impressione che quella frase suscitò in me.