Destini di comandanti

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Il destino di un capitano

I drammi paralleli del comandante dell’Andrea Doria e di capitan Schettino, che riscopre la stoffa da marinaio eccezionale soltanto dopo l’errore fatale

Difficile fare giustizia nei processi per naufragio anche se, in estrema sintesi, il disastro ha una sola causa: in quel momento, la nave non doveva trovarsi lì. Di chi la colpa? A terra, è tutto più intricato, complesso: interagiscono molte forze e soggetti. In mare no, al solito, tutto è ridotto all’osso e per di più – in apparenza – tutto, rotta, comandi, responsabilità, regole, è codificato, previsto, scandito da ferree procedure, sedimentate non negli anni, ma nei secoli. Naturalmente, in mare, come nella vita, spesso le procedure poco servono a evitare il naufragio e, dopo mille e mille anni di disastri, a volte si scopre che in realtà, le regole, i codici, sono più forma che sostanza.

Citata in questi giorni più a sproposito che a proposito, la catastrofica morte dell’Andrea Doria – perché fu morte, atroce, di una bellissima creatura sventrata, non un naufragio – dovrebbe oggi ricordare ai manichei linciatori di capitan Schettino, “capitan codardo”, che in mare e nella vita le cose sono un po’ più complesse di quanto appaia. Soprattutto sotto la linea d’acqua, là dove l’uomo vìola la forza del mare, in quella zona di riflessi ancora schiariti dal sole che, non a caso, si chiama “opera viva”. Il comandante dell’Andrea Doria, Piero Calamai, classe 1897 – chissà perché nessuno l’ha ricordato – nella maledetta notte del 26 luglio 1956, si comportò con il tragico stile di un grande del mare. Per due volte tentò di sprofondare con la sua creatura. “Andate – così ordinò ai suoi ufficiali, appena furono in salvo gli ultimi passeggeri – io resto in plancia”. Fu dissuaso con un semplice, secco: “Allora restiamo anche noi”. Non basta: saliti tutti gli ufficiali sulla scialuppa, ancora sulla nave, dall’alto, Calamai urlò l’ordine: “Voi andate…”. Lesto, uno degli ufficiali, risalì la scaletta sul bordo inclinato – la nave pareva inabissarsi da un istante all’altro – e non disse nulla, lo guardò e lui capì che la sua morte sarebbe stata la loro morte. Scese la scaletta. Distrutto, perché sapeva cosa sarebbero stati da quel momento i suoi giorni impietosi.

Il secondo naufragio del fiero Calamai arrivò infatti, una mazzata, pochi mesi dopo, durante l’istruttoria pubblica secondo il rito anglosassone, a New York. Innanzitutto perché il suo armatore, la Società di navigazione Italia, di proprietà dello stato, fece alla Swenska Amerika Linien una proposta che deve essergli subito parsa inquietante: che non si vada al processo – dove saremo costretti a dire verità ingombranti – concordiamo un concorso di colpa e non parliamone più. Non solo un offensivo scaricamento di Calamai (la Costa non è la prima società armatrice cinica con i suoi uomini), ma anche il chiaro segnale che “c’era qualcosa sotto”. Qualcosa che però, lo stesso Calamai non sapeva (o almeno, affermò sino alla morte di non sapere). Gli svedesi, che intuivano il trucco, rifiutarono e si arrivò al processo.

La Società Italia chiedeva alla armatrice della Stockholm trenta milioni di dollari di risarcimento per la perdita della nave. Gli svedesi chiedevano di converso due milioni di dollari agli italiani, per le riparazioni della prua e per il “mancato guadagno”. Per tutta la prima parte del dibattimento istruttorio, dedicata alla ricostruzione delle manovre effettuate dalle due navi e del rispetto o meno delle procedure, la partita parve sostanzialmente in mano agli italiani. Chiamati a deporre, gli svedesi fecero una figura quasi meschina: il capitano Gunnar H. Nordenson, comandante della Stockholm, che aveva lasciato il comando a un giovane e inesperto ufficiale proprio nella fase cruciale di avvicinamento al porto di New York e se ne era andato a riposare in cabina, apparve incerto e confuso. Il giovane ufficiale Carstens Johannssen, che aveva portato diritta diritta la prua della Stockholm a squarciare il fianco dell’Andrea Doria, nonostante l’avesse vista da una decina di minuti sui radar, sotto il fuoco di domande dell’avvocato della Società Italia, Eugene Underwood, non lasciò molti dubbi circa la sua responsabilità per la collisione. Peggio ancora il timoniere. Peder Larsen (“uno da controllare tre volte su quattro che gli si passa accanto”, disse Johannssen).
Ridicola, e smentita da molte testimonianze, la loro tesi che in quel momento non vi fosse nebbia. Successive ricostruzioni simulate dimostrarono i palesi torti del comando della Stockholm.

Ma anche il comandante Calamai, imbarazzato, dovette ammettere che non aveva molta dimestichezza con i radar (erano stati introdotti soltanto nel Dopoguerra sulle navi di linea), che non aveva seguito alcun corso di formazione al loro uso e soprattutto che non aveva dato ordine all’ufficiale di rotta di segnare sui fogli del carteggio i vari punti successivi rilevati dal radar. Se l’avesse fatto, la collisione certa, nonostante gli scarti successivi di rotta, sarebbe risultata lampante e i suoi ordini al timoniere ben diversi.
Quell’istruttoria è famosa tra le genti di mare, perché obbligò a cambiare le regole: le procedure e i protocolli di navigazione furono modificati proprio per evitare gli errori compiuti dalla Stockholm (e, in piccola parte, anche dall’Andrea Doria). Fu stabilito il raddoppio dei gradi di scarto in caso di avvistamento di nave in avvicinamento (dai quattro scartati infatti da Calamai a otto) e soprattutto furono studiati dei radar che segnalassero graficamente lo sviluppo virtuale delle rotte.

Ma l’8 gennaio 1957, tre mesi e mezzo dopo l’inizio dell’istruttoria, tutto lo scenario cambiò, di colpo, nel mistero apparente. La Società italiana aveva fornito tre giorni prima ai periti degli avvocati della Swenska Amerika Linien ventisei volumi del Cantiere Ansaldo di Genova, con i documenti da loro richiesti: piani di costruzione, prospetto della tubolatura, meccanica dell’allagamento incrociato e soprattutto definizione della dinamica di stabilità e del baricentro della Andrea Doria. Bastò poco tempo ai periti svedesi per capire, ancor meno per comunicare ai legali dell’Italia navigazione che avevano capito e questi accettarono subito di por fine al processo con un accordo che schiantava il comandante Calamai: patta. Le parti ritiravano le reciproche richieste di risarcimento. Il processo si chiuse prima di iniziare.

Perché? Non fu mai detto. Tantomeno chiarì il fatto – in pubblico – la commissione d’inchiesta avviata in Italia. La verità venne però rivelata dall’inchiesta condotta dal Committee on Merchant Marine and Fisheries della Camera americana che scrisse: “Non appare possibile spiegare il comportamento della Andrea Doria subito dopo la collisione se non supponendo che non fosse zavorrata in conformità delle regole prescritte”. In chiaro: le almeno mille tonnellate di carburante facevano parte integrante della zavorra e determinavano il baricentro corretto della Andrea Doria. Man mano che i serbatoi si svuotavano (ed erano quasi tutti vuoti all’arrivo a New York), la zavorra doveva essere ricostituita con acqua di mare (pena, lo spostamento verso l’alto del baricentro). Questo non era stato fatto, sicuramente per ordine della Società italiana, per la semplice ragione che a New York si sarebbero dovuti poi pulire i serbatoi con solventi, scaricando i liquidi non in porto, ovviamente, ma su apposite bettoline (con costi consistenti). Da parte sua, il comandante Calamai dichiarò di essere del tutto all’oscuro delle manovre di zavorramento non fatte. Ma qualcuno, a bordo, sicuramente sapeva.

Insomma, per risparmiare qualche migliaio di dollari, la povera Andrea Doria aveva perso il baricentro corretto. Se lo avesse avuto, lacerata per l’altezza di tre ponti, ma appena di traverso tra l’opera morta e l’opera viva, pur imbarcando acqua, avrebbe dovuto inclinarsi al massimo di 7-15 gradi. Invece si abbatté, in sole 11 ore, di 90 gradi. Di fatto, l’Andrea Doria non è affondata, ma si è capovolta e anche un mozzo sa che questo non può, assolutamente non può accadere a una nave moderna. A meno che…

Torniamo ora al nostro capitan Schettino
 e anche qui, scopriamo che quanto a procedure violate, non si scherza. Sia chiaro: è indiscutibile e ai limiti della demenza la colpa di Schettino che ha portato la Costa Concordia a poco più di duecento metri dal Giglio a squartarsi su uno scoglio emergente e ha così provocato la morte di una trentina di passeggeri. Nessuna attenuante, condanna certa per incauta manovra e omicidio colposo. Però, anche alcuni tra i suoi più feroci accusatori (verrebbe da dire, linciatori), hanno a loro carico responsabilità e complicità pesanti. Pare proprio infatti che il comportamento cinico e irresponsabile della Società di navigazione Italia abbia – ahimè – trovato proseliti nei dirigenti della Costa Crociere.

Detto questo, non sarebbe male se gli autori del suo linciaggio mediatico (inclusa la Capitaneria di Porto di Livorno e i dirigenti della Costa Crociere) prendessero atto che capitan Schettino ha agito – da demente – all’interno di una consuetudine consolidata di incontri ravvicinati (52, si dice, sono stati gli “inchini” solo al Giglio), pubblicizzata dalla Costa Crociere sul suo sito internet (subito oscurato dopo l’incidente), addirittura magnificata dal comandante Mario Terenzio Palombo in un suo libro. Un formidabile documento d’accusa per i “complici morali” di capitan Schettino, perché capitan Palombo oggi afferma: “Ho sempre informato la centrale operativa e la guardia costiera di ogni deviazione. Adesso il governo proibirà queste manovre, e molti posti di lavoro andranno perduti”. Dunque, la guardia costiera, anche quella di Livorno, anche il capitano Gregorio De Falco (quello del “torni subito a bordo, cazzo!”), come è ovvio, quantomeno dal 1993 – da 19 anni – erano al corrente di questa aperta, palese, irresponsabile pratica promozionale, per indurre gli spettatori a prenotare una crociera (per questo la sua proibizione farà “perdere posti di lavoro”). Ma hanno sempre lasciato fare, in deroga al Codice della navigazione (non serve nessuna nuova legge per vietare queste follie, questa è pura demagogia), alle procedure e persino al buon senso. Tant’è, che chi passasse col suo gommone a quella distanza dalla riva, si vedrebbe togliere la patente nautica dalla capitaneria. Pure, tutte le rotte della navi (sia pure ex post, a oggi) sono segnalate e descritte dal sistema di rilevamento satellitare.

E qui, proprio qui, sul tracciato del sistema satellitare Ais
, troviamo il vero mistero di questa vicenda, vergognosamente evitato da settimane dai media (e dalla capitaneria di porto di Livorno, dalla Costa Crociere e dalla procura di Grosseto). Inequivocabilmente, il tracciato reale dimostra che capitan Schettino, fatto l’errore tragico, si è subito comportato come un eccezionale comandante, come un lupo di mare provetto, salvando col suo sangue freddo centinaia, se non migliaia di vite.
Guardando il tracciato e la successione dei tempi, si spiegano anche i “video dello scandalo” in cui si vede e si sente una hostess filippina rimandare tutti i passeggeri nelle cabine. Si spiega il ritardo di più di un’ora nell’ordine di abbandonare la nave. Dopo l’urto, infatti, la Concordia, con il timone fuori uso e i motori in panne, ha un abbrivio di circa un miglio, verso il largo, dove l’acqua è profonda 200 metri. E imbarca acqua, a tonnellate, come viene riferito a Schettino che capisce che dare in quel momento l’ordine di abbandonare la nave, a un miglio dalla costa, rischia di vedere la Concordia inabissarsi in acque profonde ben prima che le migliaia di passeggeri e membri dell’equipaggio possano salire sulle scialuppe. Schetttino allora getta le ancore, e fa filare le catene, impone così alla nave un testa coda, un prua-poppa, da vertigine, geniale, il tracciato forma un nodo strettissimo, come quel colosso di nave fosse un gozzo. Poi, con quel poco d’abbrivio e di forza di macchine che ancora ha, Schettino riavvicina la nave alla costa e la fa incagliare in acque bassissime, a un braccio dal porto del Giglio. Chapeau! E’ passato poco più di un’ora dallo speronamento. L’ordine di abbandonare la nave viene dato da capitan Schettino esattamente dopo due minuti dall’incagliamento.

Una sequenza di decisioni da far tremare i polsi presa con perizia e bravura eccezionali. Tutto questo è subito chiaro a chi sa un briciolo di mare. Ma viene taciuto da chi inizia la bagarre sulla viltà di capitan Schettino, con la capitaneria di porto di Livorno che dà in pasto alle belve la conversazione tra lui e il capitano De Falco (speriamo, contro la sua volontà) e la procura di Grosseto che soffia sul fuoco sull’infamia del disgraziato.

Il tutto, si badi bene, in nome e in omaggio di un articolo del nostro Codice di navigazione che prevede pene sino a 15 anni per il comandante che – in buona sostanza – non abbandoni per ultimo la nave. Prescrizione giudicata poco meno che demenziale dall’autorevole viceammiraglio Alan Massey, capo esecutivo della guardia costiera britannica, che ha affermato: “Nel diritto internazionale non è previsto che il comandante debba essere l’ultimo ad abbandonare la nave. Anzi, talvolta questa opportunità può risultare addirittura controproducente”. Dunque, capitan Schettino, nel processo – ma sarà ormai troppo tardi – pur avendo tutta l’indiscutibile colpa per la morte di una trentina di passeggeri, avrà materia per difendere quantomeno il suo nome, la sua onorabilità e anche il merito di avere comunque salvato centinaia di vite. Un chiaroscuro. Il peso della colpa per l’accostamento folle alla riva e il contrappeso della manovra da manuale per rimediare. Materia fine, complessa, comprensibile solo a chi frequenta quella “linea d’ombra” che porta con sé il comando, specie sul mare.
Materia totalmente estranea alla voracità manichea imperante.

Infine, ma non per ultimo, qualcosa va ancora detto sul destino dell’ottimo comandante dell’Andrea Doria Piero Calamai. Il mare, il fato, Poseidone, o chi per lui, non si dimenticò di non aver potuto divorare con la sua creatura anche la sua vita. E si vendicò. Passati pochi mesi, suo fratello, il contrammiraglio Paolo Calamai mentre navigava con la sue vele tra Livorno e Barcellona (era comandante della Accademia Navale) per raggiungere la famiglia, venne rapito da un’onda e inghiottito dai flutti, il due alberi intatto. Divinità feroci pareggiarono così il conto.

© – FOGLIO QUOTIDIANO

di Carlo Panella

Contratto sociale, sul corpo sovrano

VII. Del corpo sovrano

[... Perché dunque il patto sociale non sia una vuota formula, esso deve racchiudere tacitamente in sé questo impegno, che solo può dare forza a tutti gli altri, e cioè che chi rifiuterà di obbedire alla volontà generale, vi sarà obbligato da tutto il corpo, il che non vuol significare altro che lo si forzerà a essere libero, perché si tratta di una condizione che, offrendo ogni cittadino alla patria, lo garantisce da ogni vincolo di dipendenza personale; situazione che costituisce la tecnica e il gioco della macchina politica e che sola rende legittimi gli obblighi civili, i quali, al di fuori di essa, sarebbero assurdi, tirannici e sottoposti ai più enormi abusi.

VIII. Dello stato civile

Questo passaggio dallo stato di natura allo stato civile produce nell’uomo un cambiamento di grande rilievo inserendo nella sua condotta il concetto di giustizia in luogo dell’istinto e dando alle azioni umane quel valore morale, di cui esse erano prive in precedenza. È solamente allora. subentrando la voce del dovere al puro impulso fisico, e il diritto al desiderio. che l’uomo, il quale fino a quel momento non aveva considerato che se stesso, si vede costretto ad agire in base ad altri principi e a consultare la ragione prima di ascoltare le sue tendenze. Per quanto in questo nuovo stato egli perda parecchi dei vantaggi che gli derivavano dallo stato di natura, tuttavia ne guadagna di così grandi, le sue facoltà si applicano e si sviluppano, il campo delle sue idee si allarga, i suoi sentimenti si nobilitano, l’intera sua anima si eleva in modo tale che, se gli abusi di questa nuova condizione non lo degradassero spesso sotto il livello dal quale era uscito, egli dovrebbe benedire continuamente il momento felice in cui fu strappato dallo stato di natura e in cui si trasformò da animale stupido e ottuso in un essere intelligente e in un uomo.

Vediamo di fare di tutto ciò un bilancio con dei termini di facile paragone. Col contratto sociale l’uomo perde la sua libertà naturale e un diritto illimitato a tutto ciò che lo tenta e che egli può raggiungere; guadagna invece la libertà civile e la proprietà di quanto possiede. Per non ingannarsi in queste compensazioni, bisogna distinguere la libertà naturale, che ha per limiti le sole forze dell’individuo, dalla libertà civile, che è limitata dalla libertà generale, e il possesso, solo effetto della forza o del diritto del primo occupante, dalla proprietà che non può essere fondata altro che su di un titolo positivo. [...]

 

Libro secondo

 

I. La sovranità è inalienabile

La prima e più importante conseguenza derivante dai principi qui sopra stabiliti è che la volontà generale può dirigere le forze dello stato solo secondo i fini che le sono propri e che si identificano col bene comune: infatti se l’urto degli interessi particolari ha reso necessario il formarsi delle società è l’accordo di questi stessi interessi che lo ha reso possibile. Il vincolo sociale è formato da ciò che vi è di comune in questi doverosi interessi e se non vi fosse qualche punto in cui gli interessi concordano, non sarebbe possibile l’esistenza di nessuna società. Orbene, è unicamente in base a questo interesse comune che la società deve essere governata.

Io dico dunque che la sovranità, altro non essendo che l’esercizio della volontà generale, non può mai essere alienata e che il corpo sovrano, il quale è solo un corpo collettivo, non può essere rappresentato che da se stesso: il potere si può trasmettere ma non di certo la volontà.

Infatti, se non è impossibile che una volontà particolare si accordi, su qualche punto, con la volontà generale, è per lo meno impossibile che questo accordo sia durevole e costante, perché la volontà particolare tende di sua natura alle preferenze e la volontà generale all’uguaglianza. È ancora più impossibile che vi sia un garante di tale accordo e, per quanto esso dovrebbe sempre esistere, sarebbe più un risultato ottenuto per caso che ad arte. Il corpo sovrano può senza dubbio dire: “Io voglio attualmente ciò che vuole quel tale uomo o, quanto meno, ciò che dice di volere”, ma non può dire: “Ciò che quell’uomo vorrà domani, io pure lo vorrò ancora”, perché è assurdo che la volontà si dia delle catene per l’avvenire e perché non dipende da alcuna volontà il consentire a nulla che sia in contrasto col bene dell’essere che vuole. Se dunque il popolo promette semplicemente di obbedire, egli si dissolve per questo stesso atto, perdendo la sua qualità di popolo: dal momento che egli ha un padrone non vi è più corpo sovrano ed allora il corpo politico è distrutto.

Questo non vuol dire che gli ordini dei capi non possano figurare per volontà generale, finché il corpo sovrano, libero di opporsi, non lo fa: in simili casi, in base al silenzio universale si deve presumere il consenso del popolo. Ma ciò sarà spiegato più lungamente.

Rousseau

Preghiera a Dio

Non è più dunque agli uomini che mi rivolgo; ma a te, Dio di tutti gli esseri, di tutti i mondi, di tutti i tempi:
se è lecito che delle deboli creature, perse nell’immensità e impercettibili al resto dell’universo, osino domandare qualche cosa a te, che tutto hai donato,
a te, i cui decreti sono e immutabili e eterni, degnati di guardare con misericordia gli errori che derivano dalla nostra natura.
Fa’ sì che questi errori non generino la nostra sventura.
Tu non ci hai donato un cuore per odiarci l’un l’altro, né delle mani per sgozzarci a vicenda;
fa’ che noi ci aiutiamo vicendevolmente a sopportare il fardello di una vita penosa e passeggera. Fa’ sì che le piccole differenze tra i vestiti che coprono i nostri deboli corpi,
tra tutte le nostre lingue inadeguate, tra tutte le nostre usanze ridicole,
tra tutte le nostre leggi imperfette, tra tutte le nostre opinioni insensate,
tra tutte le nostre convinzioni così diseguali ai nostri occhi e così uguali davanti a te,
insomma che tutte queste piccole sfumature che distinguono gli atomi chiamati “uomini” non siano altrettanti segnali di odio e di persecuzione.
Fa’ in modo che coloro che accendono ceri in pieno giorno per celebrarti sopportino coloro che si accontentano della luce del tuo sole;
che coloro che coprono i loro abiti di una tela bianca per dire che bisogna amarti, non detestino coloro che dicono la stessa cosa sotto un mantello di lana nera;
che sia uguale adorarti in un gergo nato da una lingua morta o in uno più nuovo.
Fa’ che coloro il cui abito è tinto in rosso o in violetto, che dominano su una piccola parte di un piccolo mucchio di fango di questo mondo,
e che posseggono qualche frammento arrotondato di un certo metallo, gioiscano senza inorgoglirsi di ciò che essi chiamano “grandezza” e “ricchezza”,
e che gli altri li guardino senza invidia: perché tu sai che in queste cose vane non c’è nulla da invidiare, niente di cui inorgoglirsi.
Possano tutti gli uomini ricordarsi che sono fratelli!
Abbiano in orrore la tirannia esercitata sulle anime,
come odiano il brigantaggio che strappa con la forza il frutto del lavoro e dell’attività pacifica!
Se sono inevitabili i flagelli della guerra, non odiamoci, non laceriamoci gli uni con gli altri nei periodi di pace,
ed impieghiamo il breve istante della nostra esistenza per benedire insieme in mille lingue diverse,
dal Siam alla California, la tua bontà che ci ha donato questo istante.


Voltaire “Sulla Tolleranza”

Sulla Bellezza

Da :  Gianrico Carofiglio, La manomissione delle parole, Rizzoli, 2010

Che cos’è un uomo in rivolta? Un uomo che dice no.Così inizia L’uomo in rivolta,il celebre saggio in cui Albert Camus riflette sulla ribellione e la violenza: E prosegue:

“Ma se rifiuta, non rinuncia tuttavia: è anche un uomo che dice di sì,fin dal suo primo muoversi. Uno schiavo che in tutta la sua vita ha ricevuto ordini, giudica ad un tratto inaccettabile un nuovo comando. Qual è il contenuto di questo no? Significa, ad esempio, ‘le cose hanno durato troppo’ ‘fin qui sì, al di là no’,  vai troppo in là e anche ‘c’è un limite oltrè il quale non andrai’. Insomma, questo no afferma l’esistenza di una frontiera” E, verso la conclusione, osserva:

“La bellezza, senza dubbio, non fa le rivoluzioni. Ma viene il giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno di lei.  La sua norma, che nell’atto stesso di contestare il reale gli conferisce unità. è anche quella della rivolta. [...]  Mantenendo la bellezza, prepariamo quel giorno di rinascita in cui la civiltà metterà al centro delle sue riflessioni, lungi dai princìpi formali o dai valori sviliti della storia, quella virtù via che fonda la comune dignità del mondo e dell’uomo, e che dobbiamo ora definire di fronte a un mondo che la insulta”.[...] …Si serve l’uomo nella sua  totalità o non lo si serve per nulla. E se l’uomo ha bisogno di pane e di giustizia e se si deve fare quanto occorre per soddisfare questo bisogno, egli ha anche bisogno della bellezza pura, che è pane per il suo cuore”.

La bellezza non è dunque un ornamento. E’ una forma di salvezza e insieme una categoria morale. E’ il sintomo, o forse, più precisamente, il farsi visibile e concreto del bene morale.[...] ….Lo spiega bene Luigi Zoja quando scrive: “Nelle sue forme più antiche, il bene assoluto era composto inseparabilmente da giustizia e bellezza. Ma è un vinvolo perfettamente attuale: ancor oggi, per il nostro inconscio far scempio della bellezza è massima ingiustizia.

E si potrebbe aggiungere, l’ingiustizia, il comportamento immorale, il male sono sempre, anche, violazioni di un codice profondo di bellezza.

I contrari di bellezza sono, quasi sempre, parole che pertengono  alla sfera etica quanto alla sfera estetica: bruttura, orrore; grossolanità, sgradevolezza, sconcezza; soprattutto, il concetto vasto, e applicabile a molti campi dell’agire umano, di squallore.

[...] E nel suo saggio Ipotesi sulla bellezza, Susan Sontag scrive:

“Si ritiene di solito che la bellezza sia, quasi tautologicamente, una categoria estetica, e che perciò si ponga, a detta di molti, in rotta di collisione con l’etica. Ma la bellezza, anche quella che non ha nulla a che fare con i giudizi morali, non è mai pura  e semplice. E l’attribuzione della bellezza non è mai scevra da valori morali. Etica ed estetica non sono affatto agli antipodi, come insistevano Kirkegaard e Tolstoj: il progetto estetico è quasi di per sé un progetto morale. [...] E oserei dire che il tipo di saggezza che scaturisce da una vita dedicata ad un profondo impegno in questioni estetiche non può essere equiparata a nessun altro genere di serietà.”

La saggezza di cui parla la Sontag è capacità di osservare criticamente il reale, di ribellarsi allo squallore. E’ giudizio, progetto, etica. E’ dunque, capacità di scelta.

“Io non sono interessata a come le persone si muovono, ma a ciò che le muove…” Pina Bausch

E’ il momento di Pina Bausch, l’indimenticabile coreografa tedesca scomparsa nel 2009.

All’Auditorium di Roma nei giorni 11,12,13 e 18,19,20 febbraio una serie di ricchi appuntamenti con dibattiti e filmati sull’opera di Pina.

Qui il trailer del film di Wim Wenders dedicato a Pina Bausch, in uscita nelle sale tedesche il 24 febbraio.

 

Inoltre

Piccolo Teatro di Milano Anche il Piccolo Teatro dedica un omaggio a Pina
Il sito ufficiale
Video su Pina Bausch
Tanztheater
La  voce dal dizionario dello spettacolo

Guarda che luna

Guarda che Luna Una delle canzoni preferite dall’autore del blog. Una canzone del grande Fred Buscaglione  in una splendida versione di Petra Magoni & Ferruccio Spinetti

Guarda che luna, guarda che mare,
da questa notte senza te dovrò restare
folle d’amore vorrei morire
mentre la luna di lassù mi sta a guardare.

Resta soltanto tutto il rimpianto
perché ho peccato nel desiderarti tanto
ora son solo a ricordare e vorrei poterti dire
guarda che luna, guarda che mare!

Ma guarda che luna, guarda che mare,
in questa notte senza te vorrei morire
perché son solo a ricordare e vorrei poterti dire
guarda che luna, guarda che mare!
Guarda che luna, guarda che mare! Che luna!

 

L’originale in una versione televisiva del 1959

9 maggio: giornata delle vittime del terrorismo

Un rimando ad una pagina dedicata a questa giornata su questo blog

Il Presidente Napolitano in occasione del Giorno della Memoria: “Guardare avanti senza mai dimenticare o rimuovere quel che è accaduto. Portare a compimento il giusto sforzo di ricomposizione storica nella rinnovata coesione umana, morale e civile della nazione”

Il testo integrale del discorso del Presidente e il video

Il melograno, la melagrana

La preghiera di Matisse

Io vado ora, come tutte le mattine, a fare la mia preghiera, con la matita in mano, davanti a un melograno coperto di fiori nei diversi gradi della loro fioritura e spio la loro trasformazione, facendo questo non con spirito scientifico, ma compenetrato di ammirazione per l’0pera divina. Non è questo un modo di pregare? In quel momento è Dio a condurre la mia mano nel disegno.

HENRI MATISSE

….Dobbiamo ritrovare anche noi la capacità di sostare davanti ai segni naturali; è necessario, infatti, riscoprire il gusto della contemplazione silenziosa, staccando dalla frenesia, dalle cose, dagli impegni, dall’esteriorità superficiale. Scriveva un autore fiorentino del Trecento, Paolo da Certaldo, nel Libro di buoni costumi: “Tieni la bocca chiusa e gli occhi aperti!”.

Gianfranco Ravasi 

da “Le parole e i giorni- Nuovo breviario laico, Mondadori,2008

L’AUTORE, PER RALLEGRARSI LA MENTE,

RIPENSA ANTICHE LETIZIE

E PENE D’AMOR PERDUTE

IN UN PAESE CHE NON C’è PIù

Fui giovane e felice un’estate, nel cinquantuno. Nè prima né dopo: quell’estate. E forse fu la grazia del luogo dove abitavo, un paese di figura di melagrana spaccata; vicino al mare ma campagnolo; metà ristretto su uno sprone di roccia, metà sparpagliato ai suoi piedi; con tante scale fra le due metà, a far da pacieri, e nuvole in cielo da un campanile all’altro, trafelate come staffette dei Cavalleggeri del Re…Che sventolare, a quel tempo di percalli da corredo e lenzuola di tela di lino per tutti i vicoli delle due Modiche, la Bassa e la Alta; e che angele ragazze si spenzolavano dai davanzali, tutte brune. Quella che amavo io ero la più bruna.

Da Argo il Cieco, di Gesualdo Bufalino, cap. 1